Le Borgate ufficiali di Roma

Sul tema “borgate”, a meno che non si sia specialisti della materia, si fa spesso una grande confusione, mescolando le varie manifestazioni dell’edilizia più o meno spontanea, relativa ai ceti più poveri della città, quali i borghetti, le borgate ufficiali e le borgate spontanee. Vediamo di mettere un po’ d’ordine nella materia:

L’edificazione delle borgate ufficiali voleva rispondere alla crisi degli alloggi determinata soprattutto dalla forte immigrazione dalle regioni limitrofe, per dare una sistemazione ai molti che vivevano nei nuclei di baracche formatisi in varie parti della città; successivamente le borgate servirono anche per il trasferimento dei residenti delle zone del centro storico oggetto di demolizioni e trasformazioni urbanistiche collegate all’idea fascista della “Terza Roma”.

Le borgate furono la soluzione individuata dal regime per risolvere nel modo più veloce ed economico il problema dell’alloggio per le categorie più emarginate (baraccati, sfrattati, disoccupati, lavoratori saltuari, immigrati) e, contemporaneamente, per esercitare il controllo politico sulle stesse (i nuclei, a detta del Governatorato, sarebbero stati infatti, “non visibili dalle grandi arterie stradali” e sarebbero sorti “sotto una vigilanza di una stazione” di carabinieri e di milizia fascista.

Con la pretesa di costruire dei “Piccoli paesi”, furono, in realtà, edificati alloggi con materiale spesso scadente, con configurazioni ripetitive e con planimetrie squadrate prive di qualsiasi elemento caratteristico, all’interno di realtà senza centri di aggregazione e luoghi dove svolgere attività sociali, con collegamenti con il centro della città molto difficili e inserite in un contesto topografico assolutamente anonimo.

Queste le 12 borgate ufficiali:

A queste, secondo molti studiosi odierni vanno aggiunte Appio (Cessati Spiriti), Bufalotta, Donna Olimpia, Fiumicino, Sette Chiese, Teano, Villaggio Breda.

Nel secondo dopoguerra l'espansione urbanistica di Roma ha inglobato le borgate ufficiali, ma alcune sono tuttora riconoscibili per via del differente stile costruttivo e planimetrico rispetto ai fabbricati limitrofi, sebbene a partire dagli anni settanta siano stati effettuati interventi di recupero consistenti sia nell'abbattimento dei vecchi fabbricati con conseguente ricostruzione (eccetto la borgata Prenestina che fu interamente demolita), sia ove possibile nella ristrutturazione radicale degli edifici preesistenti e nella costruzione dei servizi sociali e culturali mancanti.

Proprio a causa delle difficili condizioni di vita, queste borgate, negli anni della seconda guerra mondiale, diventarono il serbatoio della Resistenza romana. Al proposito riportiamo alcune testimonianze tratte dal volume “L’ordine è già stato eseguito”; di Alessandro Portelli (Feltrinelli editore) sulla strage delle Fosse Ardeatine, nelle quali è ben descritta la vita in queste zone.

“Le borgate erano fatte sulla pianta delle prigioni. Tu hai mai visitato Regina Coeli? È una rotonda, da cui si dipartono i raggi con tutte le celle; e la pianta delle borgate era [simile], con la piazza centrale, con queste strade [a raggiera].

(Pasquale Balsamo (n.1924), giornalista; membro dei Gap centrali; partecipante all’azione di via Rasella)


“Noi avevamo un restauratore che era marchigiano, e era stato sfrattato dalla sua botteguccia che ciaveva lì, proprio nella zona del Foro Traiano, nei vicoli e vicoletti, via della Consolazione, Rupe Tarpea. Ed era sparito, non avevamo più saputo niente. Una volta ci ha ricercato lui, e abbiamo scoperto che era andato a finire a Borgata Gordiani …Allora, una volta siamo andati a trovarlo, e abbiamo scoperto questa casa, incredibile, era un lager, perché era divisa in quattro, quindi c’erano quattro famiglie, senza acqua! Ogni dieci di queste c’era una fontanella e una fila di quei cessi alla turca, con il sotto tagliato, in modo che si vedessero i piedi di chi c’era dentro, perché la polizia doveva essere in grado di capire subito”.

(Carla Capponi (n.1919), dirigente Pci; componente dei Gap centrali, partecipante all’azione di via Rasella)

 

“Bisogna ricordare tutta quella zona verso le Ardeatine, che sarebbe stata la famosa Shangai d’un tempo, le case rapide d’un tempo fatte colla paglia –sembrava veramente quei quartieri di Hong Kong, quei quartieri dell’Indocina coi tetti di bandoni. “Sta Shangai stava dentro una conca che l’inverno [l’acqua] piovana che scendeva dai bordi di queste colline, invadevano queste case basse, proprio fatte a pagoda, coi bagni all’esterno, coi lavatoi esterni, e me ricordo che i ragazzi sfilavano le porte e ce facevano le barchette, perché l’acqua arrivava proprio al filo del davanzale …”

(Franco Bertolini, n. 1920, restauratore)

 

“Me ricordo ancora quanno arrivarono i camion coi fascisti che ce caricarono sopra co’ quei pochi stracci che c’avevamo; mi’ madre strillava e a noi regazzini, sui camion ce sembrava ‘na festa. Fu un viaggio lungo che nun finiva mai. Ce fecero scenne’ a un posto dove c’erano quattro casette e tanto fango. Ce dissero che se chiamava Primavalle”.

(Augusto Moltoni)


Era una landa desolata, Val Melaina, però c’era la fame e la miseria. In quel palazzo lì se lasciavano le porte aperte quanno annavamo via –ma non perché non c’erano i ladri, ma perché se entravano, ma che se rubavano? Non c’era niente dentro casa!”

(Fulvio Piasco (n.1931); fratello di Renzo Piasco, ucciso alle Fosse Ardeatine)